Bitte Ruhe!

Quattro suonate par viola da gamba et fondamento

Johann Friedrich Ruhe (1699-1776)

Poche sono le notizie del maestro di cappella del duomo di Magdeburgo giunte ai nostri giorni. Nato all’interno di una famiglia di musicisti, Johann Friedrich Ruhe venne avviato alla musica dal padre Johann Valentin. Nel 1716 proseguì gli studi al Lyceum Chaterineum a Braunschweig e nel 1718 per un anno e mezzo divenne membro dell’orchestra di corte di Wolfenbuttel. Nel 1720 studia Filosofia e teologia presso l’università Braunschweig di Helmstedt. Nel 1725 venne eletto cantore presso la chiesa di S. Johannis, ruolo che ricoprì per otto anni. Nel 1733 fece domanda per il ruolo di Maestro di cappella presso la cattedrale e la scuola di Magdeburg. L’anno dopo gli venne affidata la liturgia e il coro della chiesa.

Nonostante questi importanti ruoli da lui ricoperti come compositore e Maestro di cappella, Ruhe venne dimenticato dopo la sua morte, avvenuta nel 1776. Se i documenti relativi alla sua vita sono frammentari, ancora meno sono le notizie relative alla sua attività di compositore anche se, come è noto, molteplici sono le attività musicali legate ai riti e le devozioni delle comunità protestanti, cattoliche che comportavano una attività compositiva di grande respiro.

La lacunosa biografia e le scarse fonti dell’epoca rendono incerte le notizie sulla effettiva produzione di Ruhe. Impossibile il calcolo delle opere, composizioni perdute, sonate, sinfonie, concerti o opere sacre che dovevano rappresentare una parte importante dell’aspetto creativo considerando il grande ruolo che il compositore ha avuto. Dal 1733, infatti, è stato Kapelmeister della cattedrale di Magdeburgo e durante questo lungo periodo durato 43 anni le sue opere sono state eseguite direttamente in forma di manoscritto. Non stessa sorte ha subito ad esempio il coevo e ben più famoso Telemann che pure in quella città nacque.

Le uniche composizioni giunte ai nostri giorni sono custodite nella collezione di Greiz presso l’archivio di stato di Thuringia.

Il Manoscritto contiene 4 Sonate per viola da gamba e basso continuo e una suite per viola e violoncello. Sconosciuta è la data che delle composizioni, Non si conosce nemmeno il periodo nel quale verranno inserite nella collezione di Greiz. Le caratteristiche e lo stile compositivo ci permettono di datarle approssimativamente tra il 1740 ed il 1750. Infatti le quattro sonate rappresentano il fermento che si concretizzò in seguito nel movimento sorto a Mannheim nel quale lo stile tedesco e quello italiano concorsero efficacemente ad un rinnovamento strutturale e formale e dal respiro più internazionale.

Il ritmo stilizzato di marcia di alcuni tempi veloci, tipico della scuola di Mannheim, si arricchisce con l’uso accorto della appoggiatura soprattutto nei tempi lenti, che conferisce un’accattivante individualità, anche se a volte nasconde la povertà di sviluppi episodici. Notevole poi l’invenzione melodica nei movimenti lenti, che spesso raggiunge considerevole ampiezza. Grazie ad una scrittura tipicamente vocale la melodia conserva la semplicità e si fa ammirare per la bellezza dell’espressione, esaltata anche dal diverso uso degli strumenti a pizzico, a volte combinati con strumenti bassi melodici. Il risultato è una musica a volte fortemente drammatica, di tormentata espressività nei tempi lenti. Il canto dei tempi andante è grazioso, vivo e pittoresco, l’armonia è melodiosa, a tratti appassionata e semplice, sebbene sapiente ed è con questi mezzi, molto semplici, che Ruhe perviene a grandi effetti espressivi e armonici. Dal punto di vista strumentale in questa registrazione si è voluto variare il più possibile le qualità timbriche dei diversi strumenti, nonostante i ruoli strumentali siano solo uno sostenuto dal basso continuo. Ciò a permesso di esaltare le qualità compositive di questo Autore dimenticato e all’ascoltatore si chiede solo di “fare silenzio” per ascoltarlo.

Due sonate “par viola da gamba” sono composte da tre movimenti i cui tempi agogici sono classicamente alternati tra lento moderato e allegro. Le altre due sonate, invece, sono articolate in quattro movimenti e contengono in modo alternato al loro interno due tempi lenti e veloci

La sonata II in la minore, apre questa registrazione, con un tempo di Adagio, molto malinconico e nostalgico la cui cantabilità viene esaltata dalla tiorba e un basso melodico che sostiene la melodia. L’Allegro successivo oltre allo strumento solista vede la sezione del basso continuo molto protagonista con proprie frasi di risposta alla melodia e piccole frasi indipendenti e dialoghi imitativi. Il terzo tempo è un Minuetto pur lungo nella sua durata, viene alternato nell’uso della strumentazione dei colori dinamici ma anche ad un interessante cambio di tonalità in la maggiore nella trio finale.

La sonata I in do maggiore si apre con un ampio Andante in 6/8 sempre molto cantabile come in spesso sono i temi rococò affidati a qualche solo di violoncello. L’Allegro centrale fa uso delle ripetizioni e talvolta il basso si unisce alla melodia in un grande unisono. Il carattere di danza dal carattere quasi sbarazzino del Presto chiude questa sonata tra continue modulazioni e uso di doppie corde.

Ampi arpeggi in sol maggiore aprono l’Andante della sonata III che in modo delicato si trasformano in salti di terza discendenti caratterizzandone tutto il movimento rendendolo quasi danzante. L’ Allegro successivo irrompe con i suoi ritmi sincopati e accenti spostati che rendono il tempo estremamente movimentato. L’Adagio successivo riporta ad un clima disteso, il clavicembalo tacendo rende l’atmosfera più morbida e l’uso del violone arricchisce la profondità del suono. L’ultimo Vivace dal tempo in 3/8 chiude la sonata. Il ritmo è serrato, scandito e sostiene una melodia costruita su piccole porzioni, ma a volte si apre ad ampie progressioni rendendola estremamente musicale.

L’ultima sonata di questa registrazione si apre con un movimento senza agogica. La tonalità di re minore si sviluppa attraverso un lento arpeggio acefalo della viola, quasi come un preludio. L’Allegro successivo vede l’uso scritto in partitura del “tasto all’ottava”, rendendo più leggero la ricca armonizzazione richiesta del basso continuo. Ma è nel tempo Alla Siciliana che anche grazie all’uso del violone, le acciaccature presenti nel tempo in 6/8, e un uso sapiente della melodia, rendono questo movimento cantabile e disteso. La sonata si chiude con Un poco Vivace che vede protagonista anche il basso continuo che dialoga in contrapposizione con la linea solistica attraverso la propria parte sviluppata in modo solistico e originale.

Dolci Accenti ensemble

Daniele Cernuto viola da gamba
Calogero Sportato tiorba, arciliuto, chitarra alla spagnola
Lorenzo Feder clavicembalo
Mauro Zavagno violone